Transumanza – Carlo Cattadori @ManifiestoBlanco

Stampa

Anche in un contesto territoriale fortemente urbanizzato come quello lombardo, è possibile talvolta imbattersi in un gregge di pecore che pascolano ai margini di un campo incolto.
Si tratta di una sorta di visione, un’immagine straniante che evoca un immaginario arcaico, legato all’antica concezione ciclica del tempo, nel quale uomini e bestie si spostavano seguendo il ritmo delle stagioni.
Per realizzare la serie fotografica “Transumanza”, Carlo Cattadori ha seguito per alcuni anni, dal 1998 al 2001, la vita e le vicende di uno di questi pastori contemporanei, Piero, tracciandone un vivido ritratto e al contempo descrivendo i colli e le pianure subalpine da un punto di vista desueto.
Da Bergamo a Lodi, passando per l’hinterland milanese, questo reportage fotografico racconta, attraverso un rigoroso bianco e nero che non consente licenze bucoliche, la dolorosa contraddizione di appartenere ad un mondo arcaico e di dover vivere giorno per giorno nella complessità del presente, in una modernità che costringe ai margini chi non è inserito nel ciclo produttivo.
Manifiesto Blanco sceglie ancora di parlare del paesaggio, dopo la mostra “Città visibili” della fotografa Flavia Faranda, ora lo sguardo gettato dal fotografo Carlo Cattadori mette in mostra il paesaggio lombardo attraverso la straordinaria esperienza di una quotidianità alternativa, fatta di gesti semplici e antichissimi, in un territorio di estrema complessità e di grandi contraddizioni.

Flavia Faranda – Città Visibili @ManifiestoBlanco

mostra-1-flavia-poster-web-onstageGiovedì 14 gennaio alle h. 18.30, con l’inaugurazione della mostra Città Visibili della fotografa Flavia Faranda, inizia la programmazione 2016 di Manifiesto Blanco.

Quando un obiettivo assorbe contemporaneamente luce ed emozioni, la macchina fotografica restituisce immagini che sono insieme reportage di viaggio ed autoritratto interiore. Così è per le foto di Flavia Faranda, scattate a Milano, Catania, Siena ed Ascoli, e realizzate usando un apparecchio obsoleto, la Brownie Kodak 2 d’inizio secolo che, caricando rulli a scorrimento permetteva di sovrapporre le immagini già in fase di ripresa, e quindi di utilizzare i segmenti di pellicola come dettagli che mano a mano vanno a ricostruire i luoghi. Il risultato sono delle visioni oniriche, quasi delle epifanie, che pur ancorate al reale attraverso un filo sottile, quello della memoria, costruiscono un immaginario ovattato e metafisico, sospeso in una dimensione spaziotemporale incantata.